Sabato 3 marzo ore 18.15 ,  Alberto Oliverio prof. emerito di psicobiologia –  Sapienza, Università Roma

La qualità delle esperienze precoci nei primissimi anni dell’infanzia è in grado di determinare la salute e il benessere dell’individuo per tutto l’arco della vita. Fin dalla nascita fattori individuali, familiari e sociali agiscono sull’organismo del bambino influenzando lo sviluppo di molte abilità cognitive, linguistiche, emotive e relazionali.

Un mondo di stimoli.

Dal momento in cui nasciamo siamo immersi in un mondo fatto di stimoli nuovi: suoni, odori, sapori, stimoli tattili, volti. I nostri sensi ci aprono al mondo, a esperienze che, passo dopo passo, lasciano una traccia nell’intricata rete di trame nervose di cui è costituito il nostro cervello.

All’inizio questa attività, che ci porta lentamente a dare un senso alla realtà, avviene in modo spontaneo, perché siamo fatti in maniera tale da riconoscere ben presto alcuni stimoli fondamentali. Per esempio, un neonato presta più attenzione alla voce materna che a quella di un estraneo, in quanto, nel corso degli ultimi mesi di gestazione, ha memorizzato alcune caratteristiche della voce della mamma, trasmessa per conduzione attraverso le pareti addominali. 

Ben presto però la sua visione da sfocata diventa sempre più chiara e definita, e le sue reazioni al cospetto di un volto umano non dipendono più da un meccanismo istintivo, ma dall’esperienza, dalla capacità di riconoscere un volto noto anziché i tratti essenziali, comuni a tutte le facce umane.

Esperienze concrete.  

Nel corso del suo sviluppo, il cervello ha bisogno di fare esperienze tattili e motorie perché si sviluppino le aree che rappresentano il punto di partenza per la maturazione delle aree superiori, quelle del linguaggio e del pensiero complesso.

Sin dai tempi di Maria Montessori è noto che i bambini devono fare esperienze dirette, motorie, concrete: oggi, invece, si verifica una contrazione dei giochi all’aria aperta, della partecipazione motoria, del coinvolgimento di altri bambini e ragazzi, a favore di una “virtualizzazione” delle esperienze ludiche.

Per una neuropedagogia

Sorridere, parlare, rispondere in modo appropriato al pianto di un bambino piccolo, confortarlo, aiutarlo a raggiungere un oggetto o a camminare, raccontargli una semplice storia, rinforzare con l’approvazione le sue condotte e disincentivare quelle meno opportune, favorire le attività ludiche, sono i mattoni di base di una pedagogia strettamente intrecciata con la maturazione della mente e del cervello infantile, una “neuropedagogia”.  

Numerosi studi dimostrano ormai come, tra il bambino e gli adulti con cui questi si relaziona, le esperienze interpersonali precoci (in gran parte di tipo emozionale) siano in grado non solo di sviluppare le capacità cognitive, ma anche di fungere da regolatori di ormoni che influenzano direttamente la trascrizione genica facendo sì che alcuni geni possano esprimersi e altri essere “silenziati”.

Alberto Oliverio

Alberto Oliverio é professore emerito di psicobiologia alla Sapienza Università di Roma. Si occupa delle basi biologiche del comportamento e dei rapporti tra il cervello e il comportamento, dei processi di apprendimento e memoria. Premio Feltrinelli 2017 per la letteratura e la scienza.

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